Se mi avessero dato un euro per ogni volta che mi sono sentito dire questa frase, non dico che sarei ricco, ma sicuramente starei scrivendo questo articolo dalla terrazza vista mare della mia villa in Sardegna, con lo yacht da 40 metri attraccato al porticciolo e un paio di supercar in garage a prendere polvere. No, dai, non esageriamo!
Il titolo richiama una frase famosa e abbastanza ricorrente, che chiunque abbia a che fare con il mondo del lavoro prima o poi si è sentito dire. Non importa se si abbiano o meno contatti diretti con il pubblico, non importa il settore, non importa la qualifica: prima o poi accadrà a tutti. Al chirurgo come al falegname, al grafico come all’idraulico, al commercialista come al meccanico. È un’esperienza trasversale, democratica, e profondamente irritante.
Si tratta di un atteggiamento becero e offensivo nei confronti di chi lavora. In ogni settore, con qualunque qualifica professionale. E la cosa più straordinaria è che chi lo dice lo fa con una naturalezza disarmante, come se stesse chiedendo di passare il sale.
Il tempo è una risorsa fondamentale di ogni individuo, che siano cinque minuti o un’ora. E il tempo di chi lavora è necessario a trasformare le proprie competenze in un prodotto o servizio. Ognuno ha un’attitudine naturale che lo ha spinto a scegliere una determinata mansione, derivata da anni di schiena spezzata (esperienza) o diottrie perse sui libri (studio). Nessuno dovrebbe permettersi di stabilire quanto tempo serve a fare una determinata cosa al posto di chi quella cosa la fa di mestiere. È sbagliato a prescindere, è sbagliato sempre.
Il professionista ha imparato il suo lavoro, ha acquistato attrezzature, ha sudato, pianto, gioito, passato notti insonni, partecipato a corsi, seminari, trasferte, ricevuto insoluti, porte in faccia, ha contratto debiti, pagato tasse, assunto collaboratori. Dietro a ogni “ci vuole solo cinque minuti” c’è una persona che ha investito anni della propria vita per fare quella cosa bene, e che in quel momento sta ricevendo come riconoscimento la tua stima pari a cinque minuti di orologio. Grazie mille, davvero.
Quello che chi lo dice non capisce (o finge di non capire) è che il tempo di un professionista non è mai davvero “solo cinque minuti”. Ci sono i cinque minuti dell’esecuzione materiale, certo. Ma ci sono anche i cinque anni di esperienza necessari per farlo in quei cinque minuti senza sbagliare niente. La famosa storia del tecnico che aggiusta la macchina con un martelletto: ti chiede mille euro, di cui un euro per il colpo e novecentonovantanove per sapere dove colpire. Ecco, quella storia lì.
Chi è che si permette di offendere il proprio interlocutore con una frase così pretenziosa e saccente? Chi si cela dietro questa spiccata prepotenza di sapere quanto vale il lavoro altrui?
Proviamo a tracciare un profilo. Senza fare nomi, ovviamente, perché non ce n’è bisogno: chiunque abbia lavorato con il pubblico lo ha già davanti agli occhi mentre legge queste righe.
Il “cinqueminutista” è una figura trasversale. Non ha un’età precisa, non ha un reddito preciso, non ha un titolo di studio preciso. Esiste in tutte le categorie sociali con la stessa frequenza e la stessa intensità. L’unica costante è una certezza granitica: sa come si fa il tuo lavoro meglio di te. Non l’ha mai fatto, non ha gli strumenti per farlo, non ha la formazione per farlo, ma sa come si fa. Lo sa perché gliel’ha detto qualcuno, perché l’ha visto fare una volta, perché “in fondo non sembra così complicato”.
Prevarica, interrompe, vuole avere sempre ragione, è pignolo su tutto e allo stesso tempo non vuole aspettare niente. Vuole le cose fatte bene, in fretta, e possibilmente a un prezzo che definire “ridotto” sarebbe un eufemismo. Un tris vincente, se non fosse che nella realtà queste tre cose insieme non esistono. Puoi avere due su tre, mai tutte e tre. Ma spiegarglielo è impresa ardua, perché lui conosce qualcuno che lo ha fatto per quattro soldi in mezz’ora e il risultato era perfetto. E quel qualcuno è, immancabilmente, un cugino.
Ah, il cugino. La figura mitologica per eccellenza del rapporto cliente-professionista. Sa fare tutto, è veloce, è bravo, conosce tutti i programmi, ha tutti gli attrezzi, e soprattutto lo fa gratis oppure per un piatto di pasta la domenica. Un essere soprannaturale che sfida le leggi dell’economia con la stessa disinvoltura con cui sfida quelle della fisica.
Il cugino fenomeno viene tirato fuori puntualmente nel momento in cui si parla di prezzo, con la funzione precisa di fare da benchmark: “ma mio cugino me lo farebbe per niente”. Perfetto. E allora la domanda sorge spontanea, e va posta con la massima calma e il più sereno dei sorrisi: se tuo cugino è così bravo, perché non lo hai chiamato lui? Perché sei qui da me?
La risposta, raramente esplicitata ma sempre implicita, è che il cugino fenomeno non esiste nella forma in cui viene descritto, oppure esiste ma ha già rifiutato, oppure esiste, ha accettato, e il risultato è stato un disastro che ora bisogna riparare. In tutti e tre i casi, eccoci qui. E ora si parla di prezzo.
L’ignoranza è alla base di tutto questo meccanismo. E lo diciamo senza giudizio, perché l’ignoranza in senso stretto (ovvero non sapere come funziona qualcosa) è normale e legittima. Non puoi sapere tutto di tutto. Ecco perché esistono i professionisti: per fare quelle cose che tu non sai fare, non puoi fare, o non hai tempo di fare.
Il problema non è non sapere. Il problema è non sapere e comportarsi come se si sapesse. È quella curiosa combinazione di ignoranza e sicurezza che produce il “cinqueminutista” nella sua forma più pura. Non conosce i processi, non conosce i tempi, non conosce i costi reali di quello che sta chiedendo. Ma ha un’opinione fermissima su tutti e tre.
Il professionista a cui si affida avrà una serie di clienti, dei fornitori da contattare, dei preventivi da elaborare, un flusso produttivo da seguire. Compie una serie di azioni coordinate tra loro per portare a termine una commessa nel migliore dei modi. Non è seduto sull’uscio ad aspettare che arrivi gente. Non ha slot di tempo liberi disponibili a corto raggio. Bisogna portare pazienza e fare le cose nei modi e nei tempi giusti. Questo è il primo concetto che il “cinqueminutista” rifiuta di accettare: non è l’unico cliente, non c’è solo il suo problema in lista, e la fila non si salta perché lui ha fretta.
Quando il “cinqueminutista” ti dice che ha fretta, c’è quasi sempre una storia dietro. Raramente si tratta di un’emergenza reale. Molto più spesso si tratta di procrastinazione: il problema esiste da settimane, lui lo ha rimandato, ha girato altri professionisti cercando il prezzo migliore, ha tentato con il cugino, ha provato a fare da solo con risultati discutibili, e adesso è qui con l’acqua alla gola e vuole tutto risolto immediatamente.
La fretta, in altri termini, è figlia delle sue stesse perdite di tempo. È il risultato di aver trattato il problema come un’asta al fantacalcio, cercando il miglior offerente invece di affidarsi subito a chi di quella cosa si occupa professionalmente. E ora quella fretta, per una qualche logica contorta, diventa un problema del professionista, che dovrebbe stravolgere la propria agenda per rimediare alle conseguenze di scelte altrui.
Non funziona così. O meglio, non dovrebbe funzionare così.
Chi insiste sul “ci vogliono solo cinque minuti” è quasi sempre la stessa persona che, con un colpo d’ala degno di un acrobata, si trasforma anche nel paladino della qualità. Vuole un lavoro fatto bene, ovviamente. Inizia a tirare fuori teorie su concorrenti che lavorano male, su brutte esperienze passate, su come “mi hanno detto di venire da te che sei bravo”. La lusinga funziona come apripista per quello che viene dopo: la richiesta di uno sconto mascherata da riconoscimento professionale.
E poi c’è la presenza costante. Vuole monitorare, controllare, commentare ogni fase. Cambia idea più volte, non si fida dell’esperienza di chi fa quel mestiere da anni, ha in testa un’immagine vaga e confusa del risultato finale che non riesce a comunicare ma che riconoscerebbe all’istante “se lo vedesse”. Nel frattempo, nel dubbio, critica tutto quello che non corrisponde a quell’immagine che lui stesso non sa descrivere.
La ciliegina sulla torta arriva quando, prima ancora di partire con il progetto, compare la proposta della “visibilità”: “se mi fai bene il lavoro ti porto altri clienti”. Una valuta non convertibile, non spendibile, e con un tasso di realizzo storico che tende inesorabilmente a zero. Perché il “cinqueminutista” soddisfatto non torna, non manda nessuno, e se per caso ne parla con qualcuno descrive quel lavoro come una cosa facilissima che gli è costata troppo. Ma questo lo scopri dopo.
C’è un ultimo livello di questo meccanismo che merita di essere analizzato: la diffidenza. Il “cinqueminutista” non ti lascia scegliere cosa è meglio per lui, non ti lascia fare il tuo lavoro come si deve. Vuole raggiungere il risultato a modo suo, passando per soluzioni che hanno dell’assurdo sin dalla partenza, proposte con la sicurezza di chi sa benissimo quello che vuole senza avere la minima idea di quello che sta chiedendo.
“Se questo lo metti qua, poi fai così, e poi dovresti fare così… ecco, che ci vuole? Ci metti cinque minuti!”
E scusa, allora fattelo da solo.
Questa è la risposta che molti vorrebbero dare e pochi si permettono di dare, per ragioni di cortesia professionale, di necessità economica, o semplicemente perché litigare con i clienti è una fatica che si somma a tutte le altre fatiche della giornata. Ma è la risposta corretta. Se sai già come si fa, se è così semplice, se ci vogliono davvero solo cinque minuti, il fai da te è sempre un’opzione.
Il punto è che non è semplice. Non ci vogliono cinque minuti. E in fondo, in qualche angolo remoto della propria consapevolezza, anche il “cinqueminutista” più incallito lo sa. Altrimenti non sarebbe lì a chiedere aiuto.
Alla fine di tutto, il punto centrale è banale nella sua semplicità: il lavoro va rispettato. Tutti i lavori, senza eccezioni. Quello dell’avvocato che ci mette tre settimane a rispondere perché ha altri cinquanta clienti oltre a noi. Quello del falegname che non può fare il mobile in due giorni perché il legno ha bisogno di stagionare. Quello del grafico che non può consegnare il logo domani mattina perché la creatività non si produce a comando come il caffè dalla macchinetta.
Rispettare il lavoro altrui significa accettare che chi fa una cosa di mestiere probabilmente sa meglio di noi quanto tempo ci vuole per farla. Significa capire che il prezzo di una prestazione professionale include anni di formazione, attrezzature, rischi d’impresa e tutto quello che sta dietro a una parcella che in superficie sembra alta. Significa smettere di usare il cugino come strumento di negoziazione.
Significa, in sostanza, comportarsi come si vorrebbe che gli altri si comportassero con noi e con il nostro lavoro.
Non ci vuole molto. Forse, ironia della sorte, ci vogliono solo cinque minuti.

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