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Il gran carro delle ipocrisie

25 Settembre 2025 - AI - Intelligenza Artificiale

[Reading Time: 3 minutes]

3, 2, 1… siamo connessi?

Mi sentite?
Bene.
 
Adesso mi ci metto pure io a rigurgitare parole su Digital Swat.
 

Cosi’, senza un vero motivo o scopo, giusto per ribadire che ci sono ancora su questo pianeta, come a giustificare la mia esistenza, e che Aurora, l’IA fatta ad immagine e somiglianza di Max Guadagnoli, ha rotto i coglioni.

Non e’ vero, ovviamente.

Quella scrive meglio e piu’ in fretta di tutti quanti noi messi insieme,

ma resta sintetica come un fazzoletto di nylon, senza quel putrido odore di sudore e piedi non lavati con cui riconosciamo, stolti e rozzi come australopitechi, il primato umano sulle macchine.

Parola di homo sapiens: questo articolo non ha niente, ma proprio niente di artificiale, nemmeno il correttore automatico, nemmeno un sano autocompletamento per dare un senso ad una frase.

Anche per questo fa cagare.

A questo siamo arrivati: A rivendicare il brutto in quanto umano.

“Come si faceva una volta…”
chi l’avrebbe mai detto che ci saremmo ritrovati a vantarci di sottolineare la paternita’ di tutto quello che scriviamo.

Anche se sono porcate inconcludenti.

Pure questi disgraziati ed odiosi apostrofi usati come accenti, maledetta tastiera inglese, sono il mio marchio di infamia umana.

Roba scadente e scaduta, biologica, degradabile, decomponibile e gia’ marcescente.

100% AI Free.

(Intendiamoci, non sono un puro vecchio stile, lo faccio qui solo qui per sfoggio, coerente per un minuto)

 
E quindi?
Sintesi, per la miseria, sintesi!
“Che cazzo sei qui a fare?”
 
Potrei chiederti la stessa cosa.
 
Io non lo so: mi e’ venuta voglia di randellare la tastiera zoppa leggendo qualche articolo su questo sgangherato sito, dall’usabilita’ incerta ed i temi convoluti.
 
E visto che non ho meglio da fare, eccomi a provocare Max, me stesso e anche te che leggi,
che pure tu non sei innocente.
 

Ecco, voglio parlare della sua ipocrisia di fronte alle distopie della modernita’, le devianze di un mondo dove non si sa piu’ chi fa cosa.

La sua ipocrisia, intendiamoci, e’ pure la mia, e, ovviamente, la tua.

Io che non so programmare e mi diverto a far srotolare a Kiro codice che non usero’,

io che non so disegnare e faccio cagare immagini a Midjourney senza nemmeno sforzarmi a buttar dentro un prompt elaborato,

Io che non so far musica e faccio cantare Suno.

Io che i modelli li faccio girare in locale, perche’ fa figo, ma non ditelo a Max.

Io che brucio idrocarburi come se non ci fosse un domani e mi preoccupo per il futuro del clima.

Io che mi dispaccio per Gaza e per la pizza fredda.

Ma pure tu, Max, con i tuoi rant sui social, le IA e il mondo dominato dalle corporazioni, che fai l’alternativo usando le stesse piattaforme, gli stessi modelli, delle stesse societa’ che additi con unghia feroce.

Tu dove vuoi arrivare?

Che messaggi vuoi dare?

Il tecnologo umano arrabbiato perche’ dopo una vita passata sui social si e’ accorto che il social non e’ piu’ quello di prima e l’ha tradito e lui non sa piu’ cosa fare e vorrebbe andarsene ma non ci riesce.

Basta giocare all’incazzato per emergere dall’anonimato?

Bastano due parolacce e qualche ardita metafora per far sembrare vero, genuino  o interessante un messaggio?

E poi, fra bot, agenti, cialtroni e utenti,
ci siamo abituati cosi’ in fretta a questo mondo delle post-verita’?

Qui dove il confine fra vero, verosimile, contraffatto e reale, fra artificiale e naturale, biologico o sintetico, non ha piu’ nemmeno senso metterlo.

Vale sempre e comunque per il flusso digitale che permea la nostra esistenza, dove non riusciamo nemmeno piu’ a vivere la differenza fra mondo “reale” e mondo digitale.
Fra online e onsite. Socialita’ e social.

Qui dove abbiamo, da quasi  tre anni (ChatGPT e’ stato rilasciato il 30 Novembre 2022, ricordiamoci la data che ha cambiato il mondo) nuovi mirabili compagni di viaggio.

Scriviamo con le IA, rispondiamo alle IA, parliamo con le IA e ci incazziamo con le IA, lavoriamo con le IA, ci facciamo derubare dalle IA, ce ne compiaciamo e forse ci accorgiamo che spesso sono meglio di noi.

Il primato del token sulla parola.

E quindi? Dove vuoi arrivare?

Da nessuna parte, caro infaticabile lettore.
 
Ti ho fatto arrivare fin qui per un malsano autocompiacente sadismo.
 
Miscelando volgarita’ con arditi e ritriti coacervi di parole,
per sembrare un po’ alternativo e provocatorio, come questo sito,
ma senza avere risposte o domande da porre o profondita’ da esplorare.
 
Senza messaggi, morali o illuminanti significati,
se non quello banale e scontato per il quale bastava il titolo.
 
Nel nostro quotidiano, incessante, soverchiante flusso di parole, immagini, microdosi di pollicioni, input sensoriali e scariche neuronali, questo non e’ che l’ennesimo inutile granello sabbia nell’immensa spiaggia della “societa’ dell’informazione”, dove le maree vanno e vengono, sempre uguali e sempre diverse, rigurgitando ogni singolo atomo del male.
 

Torniamo a prendere il sole passivamente o a farci un bagno sentendoci attivi:
restiamo spiaggati in questa isola che e’ la nostra vita,
dove gli altri bagnanti ci sono indifferenti o cari o ostili,
dove tutti vogliamo goderci il nostro cocktail al tramonto, da soli, in prima fila.

E farci un selfie da postare ai quattro serpenti, altrimenti e’ come se non fosse successo.

Qui sulla spiaggia,
dove camminiamo lasciando impronte che si cancellano ad ogni sussulto di marea.

 
E quindi?
E quindi niente, ovviamente.
Sono 5 minuti che lo ripeto.
 
Benvenuti, signori,
bentrovati sul gran carro delle ipocrisie.
C’e’ posto per tutti, qui di fianco a me,
anche per te che credi di non starci.
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