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Famosi a tutti i costi: ha senso?

5 Marzo 2021 - Cultura e vita digitale

[Reading Time: 3 minutes]

Tutti vogliono essere famosi, costi quel che costi. E costa tanto. Costa in soldi, in energie, in relazioni, pure in stabilità psichica. Non è banale né facile reggere il colpo e le conseguenze del successo e neppure ciò che travolge se si manca il bersaglio, perché ci si trova spesso soli a leccarsi le ferite.

Essere famosi: perché? per chi?

Di recente ho visto il docufilm di Nick Bilton – Fake Famous – e mi è tornata in mente la frase di Heath Ledger, un noto attore australiano morto molto giovane, che diceva: “Tutti quelli che incontri ti chiedono sempre se hai un lavoro, se sei sposato o se possiedi una casa, come se la vita fosse una specie di lista della spesa. Ma nessuno ti chiede mai se sei felice.”

Guardando a come va il mondo oggi, 13 anni dopo la sua morte, io la rivedrei così: “Tutti quelli che incontri ti chiedono sempre quanti follower hai. Ma nessuno ti chiede mai se sei felice o se i follower siano reali.”

E sapete perché nessuno ve lo chiede? Perché non gliene frega un benamato! E nella maggior parte dei casi, ahimè, la risposta la consociamo già. No, i follower non sono reali e no, non siete manco così felici come volete far credere a chi vi osserva da lontano.

Le vite moderne sono diventate lunghe, interminabili liste della spesa di cui non vediamo mai la fine, non riusciamo a spuntare l’ultima maledetta casella e metterci finalmente sul divano, seduti e soddisfatti, beatamente appagati da un senso di pienezza. No, vogliamo sempre di più. Più scarpe, più vestiti, più cene fuori, più soldi, più giorni di ferie, più amici, più riconoscimenti (no, non parlo di premi meritati), più applausi (per cosa non si sa). Più like. Più fama.

Oggigiorno nutriamo l’ego molto più di quanto non facciamo con il corpo e la mente, e ci sentiamo “arrivati” quando i cuoricini sotto i post aumentano all’impazzata. Sti cuoricini, però, non valgono manco 1 centesimo.

L’agognata approvazione del pubblico

Credo che nel tempo si sia sviluppato un insensato bisogno di approvazione. Insensato perché fino a quando la necessità era quella di sentirci considerati intelligenti, brillanti, competenti, rispettabili, responsabili, moralmente integri, e avanti così, andava più che bene. Oggi, però, cerchiamo di essere famosi a tutti i costi, di una fama spesso basata sul nulla a parte i soldi che tocca sborsare per “farsi vedere”. Si insegue la rassicurazione di essere conosciuti in ogni angolo del mondo, essere ammirati e, un po’ perversamente, invidiati. Si anela una gioia effimera fatta dell’idea, anche se illusione è più appropriato, che n-mila persone sparse qua e là vorrebbero fare quello che facciamo noi, essere come noi. Anzi vorrebbero essere esattamente noi.

Ma quanta paura fa sta roba? O meglio, a voi non fa paura? A me un botto e in modo terribile.

Perché abbiamo così bisogno di sentirci dire dagli altri che siamo bravi, belli e fighi? Conferma che non cerchiamo nelle persone di cui ci fidiamo, ma in perfetti estranei nelle cui mani, spesso senza consapevolezza, riponiamo i sottili e delicati fili che regolano l’equilibrio psicologico ed emotivo.

Forse dovremmo fermarci e guardare in faccia la realtà, quella nuda e cruda e allora torno a Fake famous, il documentario di cui vi dicevo e che mette sotto i riflettori le dinamiche e le azioni con cui si può far nascere un finto Instagram influencer. Seduti a tavolino, pianificando cose che nella realtà manco accadono (siate consci che basta allestire i giusti set, avvalersi di fotografi e videomaker bravi e completare il tutto con altri trucchetti vari ed eventuali per andare a segno) e investendo soldi – eh già, senza quelli non si va proprio da nessuna parte –, si può prendere una persona qualunque e farla diventare “famosa” sui social.

Un occhio al feed prima di andare

Ora andate a buttare un occhio al vostro feed e chiedetevi quante delle persone che seguite sono autentiche, quante di loro le conoscete perché ciò che dicono o fanno ha un reale valore per voi, quante fanno una vita che in tutta onestà può essere ritenuta fattibile. Non sto dicendo che tutti gli influencer siano finti, ma di certo non tutti sono famosi in modo genuino e forse neanche necessario.

Se così fosse, fidatevi, il mercato dei bot e dei finti follower, finti commenti, finti cuori e pure finti cervelli non solo sarebbe già finito, non sarebbe proprio mai nato.

Il punto è che alla fine della fiera siamo tutti, o quasi, in cerca di un attimo di gloria e per ottenerlo siamo disposti alla qualunque, anche a fingere di ridere quando vorremmo piangere, immergerci nella vasca di casa facendola sembrare una spa, condire e impiattare una scatoletta di tonno che Masterchef scansate proprio.

Ogni giorno di più, per quanto mi riguarda, mi chiedo: ha davvero senso cercare di essere a tutti i costi?

E come si dice… ai posteri l’ardua sentenza!

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